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CAVALCARE LA TIGRE, GRAN SASSO, CORNO PICCOLO

IMPRESSIONI E RELAZIONE di UNA LUNGA CAVALCATA: CAVALCARE LA TIGRE

“A smooth sea never made a skilled sailor” recita un detto anglosassone… Oggi potremmo tradurlo con il ben conosciuto e forse abusato concetto della zona di confort. In cui molti sembrano restare, alcuni vorrebbero uscirne, altri lottano fermamente per venirne fuori.

Come tutti i tarli che si rispettano, “Cavalcare la tigre” alberga in tutti gli alpinisti che per un attimo hanno rivolto lo sguardo a quel pancione sulla Est del Corno Piccolo. Come feci io da ragazzo camminando lungo il sentiero che percorre il vallone delle Cornacchie e conduce al rifugio Franchetti. A quel tempo ero un semplice trekker ventenne; su quel pancione c’era una cordata, ma io – al di là dell’estetica ardita di quella linea – ero all’oscuro di tutto ciò che questa via rappresentava e rappresenta nell’immaginario dell’alpinismo del centro Italia (e non solo, visto che cordate si muovono dal nord Italia per ripeterla).

Ad inizio stagione arriva un messaggio dal giovane Gab, alias Gabriele Paolucci che mi proponeva di andarla a ripeterla. Con Gab ho condiviso diverse salite, alcune delle quali anche di impegno; sono stato subito felice quantomeno di aver trovato qualcuno nella cui testa albergava un po’ il desiderio di andare a mettere il naso da quelle parti. Incastrare i vari impegni di lavoro miei e di studio suoi non è stato facile, ma alla fine ci siamo riusciti, in una delle estati che verrà ricordata tra le più torride degli ultimi 20 anni.

Così nonostante il caldo – che per un attimo ci ha anche fatto prendere in considerazione di abbandonare il tentativo – abbiamo ripetuto questo pezzo di storia il 3/08/2017.

Che dire..alla fine di ogni avventura ti senti un po’ svuotato, paure e timori svaniscono e sembra che tutto torni nei contorni “normali”,  tutto rientri più meno in una salita di routine.

Felicissimi entrambi ci siamo abbracciati sulla cresta NE dopo l’ultimo tiro, nemmeno quello banale…assettati e stanchi ci siamo seduti ed abbiamo ammirato la montagna in tutta la sua serenità. Ho pensato per l’ennesima volta che quello è il carburante più importante per me, poter trascorrere ore e giorni in montagna, anche attimi di dubbio, di fatica, di difficoltà, ma alla fine tornare a riempire gli occhi con le sue innumerevoli sfaccettature.

In molti mi hanno chiesto “allora è una bella via?”…forse ancora ci sto riflettendo. Di certo mi sento dire che è una bella avventura ed è una bella sfida con le proprie paure, complice l’alone di “mito” che le circola attorno. Forse appunto la cosa più interessante – a posteriori – è stata quella di andare a sondare un po’ la propria “testa”, inteso come capacità di saper gestire dei fattori che possono rendere non scontato anche un tiro di 6b. Essere lì e fare in modo che i tuoi occhi vedano solo i pochi metri quadri di roccia da decifrare, entrare un po’ in quell’atmosfera “dissociata” che ti isola da tutto il resto. Sono i “viaggi” cha amo di più, quelli che mi regalano le gioie maggiori. La linea della via non sarà un granché e dal punto di vista della bellezza dei tiri esistono vie molto più omogenee; ma questi magari sono aspetti che possono passare in secondo piano per una volta se si sceglie di privilegiare altro. Resta di certo la bellezza e l’estrema ricercatezza del traverso e la fatica del tiro precedente.

Di seguito la mia relazione sulla via, sperando di fare cosa utile a chi voglia ripeterla. Ringrazio Gabriele Paolucci, giovane promessa e compagno di avventura, CLIMBING TECHNOLOGY per il sostegno alle mie attività, Laura per il sostegno “a distanza”.

 

RELAZIONE TECNICA 

Ripetizione del 3/08/2017 di R. Quaranta e G. Paolucci

GRAN SASSO, CORNO PICCOLO, PARETE EST

Via “CAVALCARE LA TIGRE”, P. Caruso, M. Marcheggiani, R. Caruso luglio e novembre 1982 

380 m, ED-, VII- obb., A2+ e circa 150 m di zoccolo basale.

cavalcare la tigre tracciato

ACCESSO

Dalla stazione superiore della seggiovia Prati di Tivo raggiungere per comodo sentiero il Passo delle Scalette, proseguire verso il Rif. Franchetti, sino a q. 2100 circa, prima che il sentiero vada ad aggirare sulla sx, un salto roccioso attrezzato con cavi metallici. Abbandonare quindi il sentiero e dirigersi con percorso libero tra massi e detriti verso la base della parete est del Corno Piccolo, puntando dove sorge la caratteristica Grotta delle Cornacchie, ben visibile già dal basso; raggiungerne quasi l’ingresso (30/40’ dalla Stazione Superiore della seggiovia, 60/70’ dal parcheggio auto di Cima Alta lungo il sentiero della cresta dell’ Arapietra).

ATTACCO

Attaccare lo zoccolo risalendo per un canale rampa erboso situato 15-20 a dx (fronte alla parete) della grotta delle cornacchie (passi di III alternati a erba ripida) per circa 60m. Al termine del canale consiglio di sostare (cordone vecchio) e proseguire a tiri di corda o conserva. Infatti si supera un breve tratto verticale di erba e roccia,  si prosegue brevemente a mezza costa (prato ripido) verso dx puntando ad una rampa erbosa che obliqua da sx verso dx. Sostare alla base di questa; superare un tratto roccioso III+, entrare nel canale erboso e percorrerlo fino dove termina, su una cengia comoda. Sosta su due chiodi poco visibili su una fessura orizzontale (30m circa). Da qui prima in leggera salita (qualche mugo da superare), poi in discesa ed infine nuovamente in salita, sempre per canali erbosi misti a roccia, si raggiunge la comoda cengia-pulpito e si sosta in comune con il termine del terzo tiro della via F.I.R.S.T. (50m). Si veda foto con la traccia e le soste.

L1, 40m, IV

Dalla sosta in comune con la F.I.R.S.T., si ignora il chiodo sulla verticale della stessa, ci si porta 4m a dx, si prende un evidente camino-canale obliquo da dx a sx. Lo si abbandona dopo circa 20m prendendo un diedro rampa sulla sx, raggiungendo dopo poco la comoda S1 (2ch).

L2, 35m, III+

Si prosegue per la rampa obliqua verso sx sino a un tratto facile di placche bianche con fessure erbose orizzontali; alla loro dx si erge un muro verticale grigio-giallo, alla cui base si sosta (chiodi), in corrispondenza di una cengia erbosa orizzontale.

L3, 45m, IV

Si traversa in orizzontale verso sx sulla stretta cengia erbosa, quindi sempre per cengia si scende un tratto arrampicando (delicato); si supera la sosta della via “Viaggiatore Incantato” percorrendo un comodo ballatoio (visibili corde fisse, spit, rinvii in parete) alla base del pancione monolitico, sostando poco prima che la fessura inizi a scendere (ch).

L4, 15m, V

Si prosegue il traverso in leggera discesa verso sx, poi in orizzontale superando un mugo dopo il quale si torna a scendere disarrampicando lungo una fessura (delicato, ch. e possibile friend) e raggiungendo la base del caratteristico diedro ad arco sotto cui si sosta (2 spit).

L5: 45m, VI+/VII-, A2+

Dalla sosta si traversa 2-3 m a sx, poi dritti ad affrontare il primo passo del tiro (VI, ch., e poi spit), portandosi alla base del diedro mediante una grossa scaglia di roccia non ottima. Affrontare il fondo del diedro proteggendosi con spit e chiodi, arrampicata atletica su fessura via via più stretta e difficile. Quasi a metà del tratto verticale inizia il tratto in artif. (A2+) che prosegue allorquando il diedro fa arco verso dx ed inizia a strapiombare decisamente. Qui è attualmente necessario integrare l’artif. con friend, fino ad un chiodo grigio Climbing Technology lasciato dal sottoscritto quasi al termine dell’arco. Da questo è possibile riprendere ad arrampicare in libera (VI+) uscendo con pochi metri dalla zona strapiombante. Proseguire verticalmente, superando una sosta, su due fessure in sequenza (ch. a “V” ballerino poco sopra la sosta, ribattuto ma non affidabile…, possibile integrare con friend, VI+/VII- sostenuto); con arrampicata più semplice (V) ma mai banale raggiungere la sosta in piena placca (2 spit).

L6, 25m, VI e passo di VII-

Con arrampicata delicata salire in leggero obliquo a uno spit (cordone lungo in posto non affidabile), poi ridiscendere in obliquo a sx ( VI delicato) e traversare in orizzontale sino a un micronut smartellato; tenerlo all’altezza delle mani, sfruttando il grosso buco in cui è inserito come appiglio. Traversare pressoché orizzontalmente per 2 m fin sotto alla verticale di una piccola rigola, fermandosi con il piede sx ad un’ottima tacca di roccia bianca. Da qui salire dritti a prendere la rigola descritta con la mano dx e con passo delicato (passo chiave del tiro) raggiungere l’evidente grosso buco ben visibile dal basso; proseguire e raggiungere un secondo grosso buco con chiodo all’interno. Da qui puntare ad un’evidente fessura che delimita la placconata sulla sinistra (tricam blu), raggiungendone la base (ch. e spit); risalire la fessura con piacevole arrampicata in dulfer e sostare al suo termine su un comodo pulpito (3 ch, di cui uno ballerino ed uno poco visibile perché spostato abbastanza a dx).

L7, 45m, V+

Spostarsi a sx della sosta per prendere la soprastante rampa obliqua da sx a dx (V), percorrerla fino ad un piccolo strapiombo da superare lungo una fessura (V+). Proseguire su una zona di belle placca a rigole poco proteggibili (V- e IV), prima verso dx, poi in obliquo verso sx, raggiungendo un’evidente fascia strapiombante, mirando all’unico punto debole della stessa, rappresentato da una fessura diagonale strapiombante. Sostare poco al di sotto di essa (2 ch.).

L8, 55m, VI

Salire la placca aggettante appena sopra la sosta e la fessura diagonale subito dopo (VI atletico; ho ignorato la fila di chiodi presenti in diagonale sulla placca 1 m più in basso), proseguendo per terreno facile e appoggiato, dapprima in obliquo a dx per 20m, poi in obliquo verso sx (a prendere la zona di placche) per altri circa 25m tra rocce facili, puntando alla base di un’evidente scaglia staccata sinuosa a forma di sega. Sosta alla base di quest’ultima, su massi incastrati (attenzione ad alcune lastre instabili)

L9, 30m, IV

Portarsi alla base della scaglia (ch.), salirla con estetica ma facile e poco proteggibile arrampicata esterna (cl.); proseguire, quando la scaglia termina, lungo la soprastante facile placca, giungendo alla base di una fessura strapiombante obliqua  da sx a dx. Sosta su ch.

L10, 40m, pass. VII- o A0, III

Attaccare la fessura obliqua e leggermente strapiombante (V), superarne la strozzatura con passo di boulder (ch. difficile da moschettonare per i bassi di statura, VII- o A0). Proseguire per un diedrino  da sx verso dx fino a raggiungere la cresta NE per facili roccette (III). Sosta su spuntone.

Discesa :
Tra le varie alternative consiglio di gran lunga  di scendere per la Cresta Nord-Est a piedi (II grado + 2 calate in doppia) fino alla Madonnina (arrivo della cabinovia), 1 h 15’ circa.

MATERIALE

N.D.A., mezze corde da 60m, almeno 12 rinvii (soprattutto se non si vuole spezzare L5), 2 staffe sia per il primo che per il secondo, set di friend dal n. 0.3 al n. 2 BD (utile anche il n. 3 solo per la fessura di L10), martello ed una scelta di 3-4 chiodi.

TEMPO: 6-8 ore solo per la via (discesa esclusa), 1 ora almeno per lo zoccolo.

Foto di Gabriele Paolucci e Riccardo Quaranta

RICCARDO QUARANTA

A. GUIDA ALPINA

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Falesia “Acqua Rossa”, Cerchiara di Calabria (CS)

Introduzione/descrizione

Questo piccolo ma bel sito di arrampicata sorge nel territorio del comune di Cerchiara di Calabria (CS) non lontano dal Monte Sellaro. Incastonato tra boschi, prati e crinali, gode di un bellissimo panorama che spazia sulle varie “timpe”, termine calabrese che indica pareti rocciose più o meno verticali.

Accesso

Dall’abitato di Cerchiara di Calabria seguire le indicazioni per San Lorenzo Bellizzi-Santuario Madonna delle Armi. Al bivio per quest’ultimo, prendere a sx (in direzione quindi del santuario), proseguire per 700 m e parcheggiare bordo strada sulla dx, senza intralciare, in prossimità di alcuni cavi telefonici.

Avvicinamento

Dal parcheggio tornare indietro a piedi per 200 m lungo la strada e prendere una sterrata sulla dx delimitata da alcuni paletti di legno. Seguirla e al primo bivio tenersi a dx fino ad arrivare ai piedi del settore “Mezzaluna” (5’ dall’auto). Per raggiungere il settore “Linda” prendere un piccolo ma marcato sentiero che parte dal margine destro del settore “Mezzaluna”, nel boschetto in leggera salita. Con 2’-3’ si perviene alla base del settore “Linda”.

Roccia

Calcare da buono ad ottimo, sovente a buchi e svasi.

Stile di arrampicata 

Abbastanza vario, prevalentemente tecnico su placche da verticali a leggermente strapiombanti. Boulderoso sulle vie più difficili.

Esposizione 

Ovest

Periodo ideale

Estate (mattina e tardo pomeriggio), primavera, autunno (nelle giornate più miti)…siamo a quota 1100 m!!!

Chiodatura

Buona a fix Hilti e piastrine zincate. Soste con moschettone di calata.

Attrezzatura

12 rinvii, corda da 70m

 

settore MEZZALUNA falesia “Acqua Rossa”

 

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settore LINDA falesia “Acqua Rossa”

 

 

Elenco delle vie (da sx  a dx):

NOME GRADO LUNGH. (m)

NOTE

CHIODATORI
SETTORE “MEZZALUNA”
1 Ruvetta 4b 8 Placca didattica ignoti
2 Consorzio di bonifica 5a 8 Placca didattica ignoti
3 Mezzaluna 6a 10 Partenza affatto banale, rinviare la prima protezione dal masso sottostante! ignoti
SETTORE “LINDA”
1 70 km 5c+ 16 Muro concavo caratteristico con splendida roccia ignoti
2 Linda 6a+ 14 Spigolo atletico ignoti
3 Super Mario Bros 5c+ 14 Diedro tecnico ignoti
4 Le origini 5b+ 16 Bella placca di iniziazione al settore ignoti
5 Stai sereno 6b 18 Passo di equilibrio a metà, variante della via successiva ignoti
6 Stai serenissimo 6a+ 18 Placca tecnica, consentito l’uso dell’albero! ignoti
7 Prototipo svizzero 6a+ 25 Tecnica ed atletica, grande visuale in catena ignoti
8 Dalbatros 6c+/7a 12 Intense sequenze di dita ignoti
9 Sloppy’s way 6b+ 12 Splendido muro verticale, roccia spaziale.  ignoti

 

NOTA: i gradi indicati, trattandosi di vie non recensite e poco ripetute, possono essere delle utili indicazioni ma da non prendere “alla lettera”; con le ripetizioni e la frequentazione della falesia potranno subire modifiche. Per chi volesse contribuire con la sua opinione può scrivermi ad i recapiti in calce, grazie!

 

 

Relazione a cura di:

Riccardo Quaranta 

a. Guida Alpina

Email: info@riccardoclimbing.com  Website: www.riccardoclimbing.com

Cell. +393394360362

 

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Corso alpinismo invernale: il report

Mi piace scrivere un breve report del corso di alpinismo invernale di base svolto dal 3 al 5 febbraio nella cornice di Campitello Matese. L’appuntamento formativo si sarebbe dovuto svolgere presso il Rifugio del Monte nel comune di Fano Adriano; la situazione nivologica ci ha indotto a spostare la location scegliendo quella già menzionata.

In compagnia di Tonio, Elettra, Alessandro, Roberta e Valentina ho avuto il piacere di condividere 3 giorni intensi e spero formativi. Il meteo si è impegnato per benino a cercare di tenerci al chiuso, tuttavia siamo riusciti a trattare gran parte dei temi previsti.

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Durante la prima giornata abbiamo parlato di soste su roccia e gestione della sosta nella progressione a tiri di corda, concludendo con la progressione in conserva. Durante la mattinata l’esercitazione pratica si è svolta presso la piccola falesia del Canalone Ciampitti. Ad ora di pranzo, causa pioggia, ci siamo spostati all’interno del locale “Ciapin”, i cui gestori sono sempre disponibilissimi. Quindi al caldo della stufa abbiamo potuto proseguire lo svolgimento della fase didattica.

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Durante il secondo giorno abbiamo affrontato la tecnica personale nell’uso dei ramponi e della piccozza; inoltre ampio spazio è stato dato all’auto-arresto in caso di scivolata e all’arresto del compagno in caso di cordata a due componenti. Sul terreno di gioco si è potuto verificare la realizzazione di una sosta su neve e la sua tenuta. Il pomeriggio è stata la volta dell’importante tema dell’autosoccorso in valanga, con una bella scorrazzata alla ricerca del “sepolto” mediante ARTVA, pala e sonda.

Il terzo giorno è stato dedicato a mettere insieme i vari argomenti affrontati nei giorni precedenti attraverso una gita sul versante N del M. Gallinola: preparazione, controllo di gruppo degli apparecchi ARTVA, trasferimento, legatura in conserva; l’esperienza è stata resa abbastanza severa dal meteo che non ci ha risparmiato vento, nebbia e pioggia. Accanto al lato negativo ovviamente di non aver potuto protrarre la gita anche nel pomeriggio, abbiamo avuto l’opportunità di “testarci” nelle condizioni severe della montagna, quando anche aprire e chiudere un moschettone può diventare problematico.

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Desidero ringraziare tutti i partecipanti che hanno dimostrato tenacia e tanta voglia di imparare, rivolgendomi tante domande e quesiti a cui insieme abbiamo cercato di dare risposta.

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Inoltre un grande ringraziamento va al prestigioso marchio PETZL ed al punto vendita PASSAGGIO CHIAVE di Collecorvino (PE) che ci hanno dato la possibilità di testare tanti prodotti per l’alpinismo classico. Iniziando dalle piccozze, abbiamo testato il modello Glacier e la più tecnica Sum’Tec; per il reparto ramponi gli allievi hanno utilizzato tutti un classico “cavallo di battaglia”, il modello Vasak nelle versioni sia con attacco semi-automatico che universale.

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A concludere abbiamo potuto testare la polivalenza ancora difficilmente eguagliabile di un attrezzo che ha ormai fatto storia, il Reverso, arrivato alla sua quarta versione.

Alla prossima avventura!

Riccardo

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“SOMEWHERE IN TIME”, M. MOZZONE (2290 m), parete E – Gran Sasso

Ci sono luoghi persi nel tempo, c’è del tempo che si perde nei luoghi. Che si perde nel senso di smarrimento, dell’uscire fuori dalla realtà spaziale per catapultarsi in qualcosa che è un vero e proprio viaggio. Il Rifugio del Monte (http://www.rifugiodelmonte.it), posto alle pendici del Monte Corvo e del Monte Mozzone, è uno di quei posti dove le coordinate spazio-tempo non esistono più. Isolato, nascosto ed immerso in un ambiente ancora incontaminato, è attualmente gestito dall’amico e AMM Arnaldo Di Crescenzo. Durante una visita questa estate avevo fatto due passi nei dintorni, spinto dalla curiosità di quell’anfiteatro di rocce che circonda gran parte della vallata in cui è collocato. In generale ero stato colpito dall’evidentissima stratigrafia delle rocce, con pieghe nette e marcate, assolutamente suggestive. Tali strati piegati dalle forze endogene formano sulla parte est del Monte Mozzone dei suggestivi camini curvi, forme talmente caratteristiche che nessun passante non può aver notato. Già ad agosto avevo pensato che proprio quei camini potevano essere delle splendide vie invernali, con probabile ghiaccio all’interno ed ambiente simile alle goulotte.

Come ogni buon pensiero nel cassetto che si rispetti, quelle pieghe tornano a galla ad inizio dicembre…un paio di giorni liberi a causa di variazioni di programma negli appuntamenti lavorativi ed eccomi in compagnia di Valeria e Arnaldo a cenare in una notte di luna piena al Del Monte. La giornata successiva regalerà a me e a Valeria la bellissima avventura dell’apertura di “Somewhere in time”, terza linea recensita sulla est del M.Mozzone, trovandola decisamente più “secca” di quanto immaginato, ma comunque divertente. Si attende quindi la prima ripetizione che spero non tarderà ad arrivare, magari con un po’ di neve ad accompagnarla.

Foto mie e di Valeria De Simone

Riccardo Quaranta

a. Guida Alpina

 

“SOMEWHERE IN TIME”, M. MOZZONE (2290 m), parete E. Dedicata a Pino Sabbatini

160 m, TD, M5, tratti a 90°

Aperta totalmente in libera dal basso da Riccardo Quaranta e Valeria De Simone il 11/12/2016. Soste attrezzate a fix con maglia rapida di calata.

Accesso ed attacco

Da prato Selva si raggiunge il Rifugio del Monte (indicazioni in rete), da qui ci si inoltra nel fosso del Monte, facendo attenzione alla traccia in caso di forte innevamento. Circa a quota 2020 m si devia a dx (faccia a monte) raggiungendo l’attacco della via. Questo è in corrispondenza di uno dei due evidentissimi camini curvi presenti sulla parete, quello di dx. (1 h dal rif. del Monte, con innevamento scarso)

Relazione.

L1, 40m, 80° max

Si attacca in una goulotte appena accennata per una decina di metri, poi in leggero obliquo verso dx, si affronta un ultimo tratto più ripido (80°) per guadagnare la sosta posta alla base sx dell’evidente camino

L2, 60m, M5, tratti a 90°

Tiro chiave della via, lungo e tecnico, ma non particolarmente continuo nelle difficoltà. Si attacca il camino che presenta i primi metri godibili su fondo innevato (60°), poi le pendenze gradualmente aumentano fino a farsi verticali. Si superano un paio di strettoie (90°, M5) con buoni incastri per le picche ma appoggi minimi per i ramponi in caso di assenza di ghiaccio. Si esce attraverso un tratto semplice a 70° su un’ampia cengia con sosta sulla dx (faccia a monte)

L3, 60 m, 70°

Si prosegue superando dapprima un tratto quasi in piano ma esposto (a sx si apre un canalino che affaccia sulla sottostante via “Neve del Sahara”) andando ad attaccare il canale naturale prosecuzione della via. Questo presenta roccia sulla dx, dove è possibile proteggersi. Con difficoltà omogenee si raggiunge il termine dello stesso, su una zona quasi pianeggiante. Sosta sulla dx, non troppo evidente, 5-6 m dopo una zona di roccia gialla – residuo di un recente distacco – presente anch’essa sulla dx (faccia a monte).

DISCESA

In doppia lungo la via, soste attrezzate con anello di calata.

MATERIALE

Mezze corde da 60m, 5-6 chiodi da roccia, anche a lama sottile, friend fino al 2 BD, n.d.a.

Si ringrazia Climbing Technology, Petzl Italia, il negozio Alta Quota di Isernia.

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ONLY THE GOOD DIE YOUNG + PERMAFROST, Gallinola, Matese.

Altra giornata esplorativa quella di ieri sul M. Gallinola, Matese, Molise. A fare del sano alpinismo di esplorazione su una montagna che richiederebbe mesi di permanenza con una tenda (parole di uno dei miei maestri).

Sguardo d'insieme

Sguardo d’insieme

Uno sguardo dalla auto con il binocolo ad osservare quello che ancora è fattibile, i pochi depositi e “ciuffi” di neve rimasti. Una linea, quella che per me diventerà “Permafrost” è evidente, almeno di sicuro c’è un po’ di neve.. Decido di andare a vedere lì e poi vedere cosa altro salire una volta ridisceso. Stavolta sono solo, senza imbraco e corda, solo le picche fedeli e i ramponi appena riaffilati.

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Il tracciato di “Permafrost”

Camminando mi accorgo che il terreno è ancora gelato, anche se la neve è sempre di meno; “bene” penso tra me e me “le lame troveranno qualcosa su cui fare presa”.

Arrivo alla base, come al solito le pendenze da lontano sembrano sempre maggiori; invece si intuisce una piacevole linea, il fondo di una linea di un canale, con poca neve, erba gelata e muschio. Mi preparo, controllo gli attacchi dei ramponi e inizio, con la compagnia di buona musica, che aiuta a concentrarmi.

Circa a metà via

Circa a metà via

Le pendenze sono sempre godibili, 50°-60° inizialmente, poi un primo saltino a 70°, dove fuoriesce un po’ di terreno. Ma è tutto gelato quindi si sale con sicurezza. Poi sempre nel fondo del canale, un secondo passaggio a 70° nella parte terminale, un po’ di rocce (ma tutto congelato e tenuto magicamente insieme) et voilà sono fuori.

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Simpatico canale dai, mentre arrampicavo pensavo a come il terreno gelato infonda sicurezza mentre a qualche °C in più sia una maledizione….”Permafrost” è il nome giusto allora.

Gli attrezzi del mestiere

Gli attrezzi del mestiere

Dalla cresta inizio a camminare verso est, affacciandomi di tanto in tanto lungo la parete per sondare le condizioni ed ecco che prima di arrivare al “Becco di Gallinola” scorgo un bel canalino con un po’ di neve e pendenze non eccessive…memorizzo le rocce ai lati per poterle ritrovare dopo una volta tornato alla base della parete.

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“Only the good..” vista dall’alto

Dopo tanti “affacci”  dalla cresta verso il vuoto, sono nuovamente alla base della parete, ma dal versante est; quindi mi muovo verso ovest sulla morena, scatto foto e penso a future salite, Supero il Becco ed ecco la linea che avevo visto dall’alto. Tra l’altro riconosco essere un settore dove avevo salito un paio di canali tipo 15 anni fa in compagnia di Renato…anzi Renato era rimasto a fare foto alla base di quella che poi diventerà la via di C. Iurisci “Il becco di Gallinola”, mi ricordo piena piena di ghiaccio. Io da poco avevo avuto in regalo le mie prime picche tecniche, una coppia di Quark, il top per quei tempi; iniziai quindi a salire e scendere tutti canali che parevano non essere troppo difficili e ricordo nettamente che salii anche quello. Che tuttavia ieri aveva un aspetto non proprio rassicurante, visto un bel muro iniziale a 90° per 3-4 m. Di sicuro con l’innevamento quella parte viene sommersa, rendendo il tutto molto più facile.

L'attacco di "Only the good die young"

L’attacco di “Only the good die young”

 

Particolare sull'attacco verticale

Particolare sull’attacco verticale

 

Qualcosa di piccozzabile sul bordo del camino, ma non basterà..

Qualcosa di piccozzabile sul bordo del camino, ma non basterà..

Non ci penso più di tanto, calzo nuovamente i ramponi, studio le pareti di quel camino verticale e parto; per fortuna solidi incastri mi sostengono psicologicamente, anche se nell’MP3 sta suonando “Only the good die young” dei Maiden… Mi consolo ripetendomi che buono non sono quindi è ancora presto!!! Beh alla fine sto scrivendo quindi tutto è andato bene, anche se l’uscita ha richiesto per qualche passo totale affidamento sulle picche per vie dei piedi aleatori, monopunta nonostante. Proseguo lungo un canale di roccia appena accennato, con difficoltà per fortuna minori.

Uno dei pochi sguardi a valle

Uno dei pochi sguardi a valle

Arrivo ad una caratteristica biforcazione del canale, che avevo intravisto anche dall’alto: a dx facile pendio credo sui 50°, a sx più verticale con un tratto sugli 80°. Vedendo che tuttavia è ben ghiacciato opto per quest’ultimo, regalandomi gli ultimi passaggi divertenti della salita

La biforcazione

La biforcazione

Poca neve ma tutto gelato, le lame fanno buona presa e ne approfitto per scattare qualche foto.

 

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Quasi fuori

 

Void

Void

 

Void vol. 2

Void vol. 2

Infine fuori, non mi attende un bel sole, forse è anche meglio. Tuttavia posso levarmi lo zaino e bere qualcosa di caldo, il mio amato the nero. Mi siedo, respiro e sorseggio..quello che vedono i miei occhi e che ho provato bastano a farmi tornare alla macchina felice. Basta poco.

 

In lontananza la Majella

In lontananza la Majella

 

Tracciato "Only the good die young"

Tracciato “Only the good die young”

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“SENZA OLIO DI PALMA”, Gallinola, Matese, Molise

Continua l’esplorazione del versante NE del M. Gallinola, Matese, a confine tra Campania e Molise. Una nuova linea tirata fuori al volo durante un veloce giro con Fabio, dopo aver ripetuto quella che si candida ad essere una classica della parete, “Per Elisa”.

“Senza olio di palma” corre a dx del “Canale di Estrema Destra” (C.E.D.), quindi ci troviamo nella parte iniziale del versante NE della Gallinola.

Via facile anche questa, si dirama dall’attacco del C.E.D. dirigendosi verso una crestina nella parte iniziale, che inizia con un netto pinnacolo roccioso. Al facile primo tiro (conserva), segue un divertente secondo tiro ed un breve terzo tiro (il più tecnico) che spunta in cresta, con un crescendo quindi di difficoltà e divertimento.

“SENZA OLIO DI PALMA”, 110m, AD, 70°, un tratto a 80° (evitabile)

Riccardo Quaranta e Fabio Madonna il 2/12/2016

Materiale: corda 60m, pecker, n.d.a.

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RELAZIONE VIA: KING KONG’S CRACK – PIZZO D’INTERMESOLI

E’ inutile, certe linee sono un tarlo per la testa di uno scalatore…come un tarlo scavano, scavano e ti entrano dentro negli angoli remoti del cervello. Spuntano ogni qual volta l’occhio cade su quella parete, dove dimora la “tua” linea, quando qualcuno ti racconta di essere stato da quelle parti, quando prendi in mano la guida e guarda caso la pagina si apre proprio li’.

King Kong’s Crack per me è stato questo: sempre guardata ogni volta che passavo in Val Maone, sempre rimandata perché è difficile combinare le 6000 variabili per poterci andare. “Ric guarda che mi sto liberando per venerdì, torniamo a legarci insieme!!” mi scrive Fabio. Lui è la persona giusta, è una di quelle variabili prima menzionate che quando c’è mi fa stare decisamente più tranquillo. Insieme abbiamo condiviso tante salite, sempre di impegno, come quella che ci attenderà in questa chiusura di stagione roccia al Gran Sasso; sapere di avere accanto una persona che sa cavarsela sempre non è poca cosa per chi normalmente è abituato ad avere sulle spalle la responsabilità della gita e della cordata.

Mattinata splendida quella che si prospetta arrivando a Prati di Tivo: deserto quasi assoluto se si eccettuano un paio di cordate intente a preparare i materiali sul piazzale. Per il resto la montagna è solo nostra. Ci incamminiamo dopo il rito della selezione del materiale – “Fa’ il n. 4 lo porto?!?!…dai ok lo porto” – che chi è dell’ambiente e conosce un po’ le caratteristiche della via, non stenterà a capire di cosa parlo..

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Giunti alla base del Pilastro Giallo la fessura è evidentissima, ma in mano la foto della relazione de “Il Chido Fisso” di Ledda ci fa riflettere un po’: la linea tracciata su questa passa a sx della evidente (e anche un po’ intimidatoria) fessura che solca la gialla parete. Decidiamo di non indugiare ulteriormente, ma salire e vedere poi dalla seconda sosta dove andare. Dei primi due tiri se ne occupa Fabio e devo dire meno male: roccia discreta, erba e terra ridondante, senza farsi mancare densi gineprai. Insomma due lunghezze in cui bisogna salire con il massimo dell’attenzione, con “sleghi” notevoli, a meno che ci si voglia portare qualche picchetto da tenda.

Lo raggiungo alla seconda sosta, ci guardiamo in faccia chiedendoci “ed ora”?!? Dove andiamo? Sx come dice il tracciato della guida o decisamente a dx (traverso orizzontale) ad attaccare la netta fessura, per niente incoraggiante? Ok leggiamo la relazione…niente, un laconico “ci si porta sotto la fessura che incide la parete (V) e la si aggredisce con decisione..” Siccome c’ho fatto il callo su relazioni poco rispondenti, capisco che la fessura non è quella del tracciato nella foto del “Chiodo Fisso”, ma quella a dx; Fabio mi conferma smanettando su alcune foto on line: ok andiamo, è ora di passare all’azione.

Il terzo tiro, un mix di tecnica di incastro e Dulfer è semplicemente spettacolare, almeno per gli amanti dell’arrampicata in fessura. Del quarto tiro se ne occupa Fabio ed anche questo è davvero degno di nota per bellezza ed impegno. Il quinto è una rampa di roccia che obliqua verso sx e conduce poi ad una parete aperta (sesto tiro) che si supera con un unico tiro di 60 m secchi; la ciliegina sulla torta è il tiro di uscita, un canale prevalentemente erboso che conduce sui ripidi prati sommitali.

Scendiamo con cautela ed in tra quarti d’ora siamo nuovamente sul sentiero d’accesso dove avevamo mollato gli zaini. Solo ora guardo Fabio e gli dico “ora possiamo stringerci la mano frate'”, la discesa è parte integrante della salita! Ci attende un piatto di fettuccine ad Intermesoli, andiamo, prima che venga buio….e che la sete di birra ci consumi dentro.

Insomma che dire su questa via: il mio parere è che merita unicamente per il terzo e quarto tiro, molto belli e che in parte “ripagano” delle restanti lunghezze e della discesa a piedi. Forse se partisse dal basso, seguendo la linea naturale del diedro fessura che parte dallo zoccolo e fossero attrezzate le soste per le doppie, acquisirebbe maggior valore ed appetibilità. Per il resto ovviamente complimenti agli apritori che hanno risolto, ai tempi, una linea così esigente.

FOTO di Fabio Ferranti e Riccardo Quaranta (cliccare sull’immagine per ingrandirla)

 

“KING KONG’S CRACK” – Pizzo d’Intermesoli, Pilastro Giallo, versante S

Paolo Abbate, Giuseppe e Robero Babieri il 4 giugno 1988

215 m, ED, passaggi fino al VII

 

Tracciato della via "King kong's Crack"

Tracciato della via “King kong’s Crack”

 

RELAZIONE  (salita del 30 settembre 2016 da Riccardo Quaranta e Fabio Ferranti)

MATERIALE: n.d.a., serie di friend fino al n. 3 BD, doppiata per n. 2 e 3, n.4 utile ma non indispensabile; nut, qualche chiodo utile per il sesto tiro.

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Accesso

La Val Maone si raggiunge attraverso un ampio sentiero che parte dal piazzale di Prati Di Tivo (TE): per attaccarlo si prosegue a dx, oltrepassando la stazione della funivia, per qualche centinaio di metri, fino a prendere una sterrata sulla sinistra (chiusa al traffico da una sbarra). Prima in discesa e poi in salita, superando il torrente “Rio Arno” si accede alla valle; oltrepassato un caratteristico grande masso, si lascia il sentiero (freccia di legno che indica “Grotta dell’Oro) e per traccia evidente si inizia a salire il pendio erboso sulla dx. Si costeggia la macchia boschiva, si oltrepassa la “Grotta dell’Oro” (netto antro dall’ingresso squadrato) e dopo pochi minuti si è alla base del “Pilastro Giallo” (50′ dal parcheggio)

Quasi all'attacco della via

Quasi all’attacco della via

Attacco

Si oltrepassa lo spigolo del Pilastro Giallo e ci si porta sotto uno zoccolo di roccia ed erba che forma un netto diedro con il pilastro stesso. L’attacco della via è all’incirca al centro dello zoccolo stesso.

L1, 30m, IV

Si risale la prima parte dello zoccolo, con arrampicata su roccia discreta mista ad erba e ginepro, puntando al centro di uno scudo roccioso, alla base del quale si sosta. Sosta su 2 chiodi.

L2, 50m, IV+

Si obliqua leggermente a sx, evitando una zona strapiombante, poi si torna a dx, prima su terra ed erba, poi su roccia via via migliore, fino al termine dello zoccolo. Sosta su chiodo e spit.

 

Fabio su L2

Fabio su L2

L3, 20m, VII sost.

Si traversa pressoché orizzontalmente a dx, con poche possibilità di proteggersi (V) fino ad attaccare la netta fessura; attenzione agli attriti se si è riuscito a piazzare qualcosa lungo il traverso. Si segue la fessura con tecnica di incastro incontrando, dopo il primo passo impegnativo, un chiodo e poco sopra, un friend incastrato. Da qui ci si protegge con friend medio grandi (n. 2 e 3 BD)….l’arrampicata è a dir poco entusiasmante e mixa tecnica d’incastro a tratti di Dulfer puri, (VII sostenuto). Dopo un ultimo passo su roccia non perfetta si guadagna la sosta sulla sx.  Sosta su 2 chiodi.

Io su L3

Io su L3

 

Fabio disperso nel vuoto siderale di L3

Fabio disperso nel vuoto siderale di L3

 

Ed eccolo che arriva!

Ed eccolo che arriva!

 

L4, 25m, VII-

Si riprende la fessura, si supera un primo tratto aggettante (VI+), poi questa si allarga diventando una specie di diedro che obliqua leggermente a sx, si supera un passo liscio e poco intuitivo (utile friend n. 4 BD, VII-) e con un ultimo passaggio atletico (ch.) si perviene ad una comoda sosta. Sosta su 1 ch. e 1 spit.

 

Fabio da primo su L4

Fabio da primo su L4

 

Fabio mi recupera su L4

Fabio mi recupera su L4

L5, 30m, V-

Seguire una bella ed invitante rampa verso sx, su roccia non sempre buona come appare dal basso; dopo un passo non banale si sosta in prossimità di un alberello. Sosta su spuntone da attrezzare.

L6, 60m, VI

Si esce a sx della sosta, si perviene alla base di una placca, che si apre a dx di un canale-camino. La si affronta pressoché al centro (VI) su roccia all’inizio compatta e difficile da proteggere, utile qualche chiodo. A circa metà parete le difficoltà diminuiscono (V e V-) ma la qualità della roccia peggiora e bisogna prestare attenzione. Dopo un diedro accennato che obliqua a sx si perviene alla crestina sommitale, dove si sosta. Dato lo sviluppo del tiro, prestare attenzione alla gestione degli attriti. Sosta su spuntone da attrezzare.

L7, 55m, III+

Si sale l’evidente canale erboso, che presenta qualche roccia ai lati dove assicurarsi, pervenendo ai prati sommitali. Sicura a spalla.

Fabio su L6

Fabio su L6

DISCESA

Si traversa lungamente verso dx (faccia a monte) su ripidi pendii erbosi, superando una prima zona di detrito; si perde quota fino ad imboccare il canale che delimita il margine dx (osservando dalla Val Maone) del settore denominato “le Strutture”. Prestare molta attenzione con erba bagnata o umida e non sottovalutare questo aspetto della salita.

 

Legati insieme ancora una volta!

Legati insieme ancora una volta!

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sardegna verticale: di mare, roccia e colori

La scogliera di Porto Flavia e il Pan di Zuchero

La scogliera di Porto Flavia e il Pan di Zuchero

Breve resoconto del viaggio-vacanza di arrampicata nel cuore dell’iglesiente (e non solo), con la ottima compagnia di Valeria, Cristian e Simone. Giorni indimenticabili e luoghi che non possono mancare nel carnet dell’arrampicatore più esigente in fatto di estetica e paesaggi mozzafiato.

PRIMO GIORNO

Le previsioni meteo sembrano dare meteo piovoso sulla costa ovest, quindi da Cagliari – dove atterriamo in prima mattinata, decidiamo di dirigerci ad est. La location prescelta è la parete di “Jurassic Park”, su splendido granito arancione; ricordavo qualche report di Maurizio Oviglia su Planet Mountain circa questo luogo. Un rapido sguardo alla guida e siamo subito in viaggio verso Tortolì. Raggiungiamo Porto Santoru, proseguiamo un po’ lungo la sterrata che costeggia il mare, ma dopo un po’ capiamo che è tempo di mettersi in cammino sulle proprie gambe. L’avvicinamento richiede un’oretta, per fortuna provvidenziali ometti segnano il percorso una volta che si abbandona la sterrata. Già da lontano nel cielo si staglia il dito lungo il quale corre la via “Dillosauro” tracciata da E. Lecis nel 2002 circa e restaurata da M. Oviglia nel 2013; il tracciato originale ha subito una modifica a causa di una frana. Attualmente si sfrutta il primo tiro di “Stonosauro” e poi si devia a dx per raggiungere la sommità dell’esile colonna. Dopo un paio di tiri di riscaldamento, con Cristian decidiamo che è ora di andare, “Dillosauro” ci chiama!

Cristian sul primo tiro di "Stonosauro"

Cristian sul primo tiro di “Stonosauro”

Il primo è un tiro perfetto in un diedro perfetto che mi richiede doti acrobatiche non banali per venirne a capo senza volare. La seconda lunghezza conduce, obliquando verso dx, al dito sottile; con arrampicata che dire “aerea” è poco, giungo alla sommità, un pianerottolo di meno di un metro quadro.

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Scendendo da “Dillosauro”. Foto di Cristian D’Angelo

La sensazione è bellissima, recupero Cristian che presto mi raggiunge in cima..felicissimi guardiamo il mare e l’esile colonna che ci sostiene. Il viaggio sembra essere iniziato alla grande!

SECONDO GIORNO

Percorrere la strada che da Iglesias conduce a Nebida e Masua è un viaggio di colori, orizzonti e mare…nonché un mare di roccia. La vista di quel tratto di costa è unica: ogni volta che ci passo non posso fare a meno di notare le innumerevoli auto accostate lungo le piazzole di sosta, di persone incantate da tanta bellezza, intente a fotografare o semplicemente ad ammirare il paesaggio mozzafiato. Oggi la destinazione è la scogliera di Porto Flavia che, con il suo dedalo di multipitch, rappresenta un must per ogni arrampicatore che ami il genere “vie a più tiri vista mare”. Davanti ci farà compagnia il faraglione del Pan di Zucchero, onnipresente – a ragione – in ogni depliant turistico della zona; tra l’altro sulle sue pareti ci sono vie del mitico Manolo, che vi girò anche video finiti nella pubblicità degli orologi della nota ditta Sector.

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La via scelta da me e Veleria, in pieno stile plaisir, è quella che sembra stia diventando una delle classiche del settore, “Le grand Mammuth”.  Lo sviluppo è di 150 m su 5 tiri, la chiodatura è sempre buona a fix inox, la distanza tra le protezioni sempre ragionevole; unico “appunto” su un paio di rinviaggi che mi sono parsi un po’ dubbi per la posizione da cui bisogna effettuarli; le soste sempre ottime su tre punti e tutte attrezzate per la calata in doppia. Modalità che sconsiglio visto il comodissimo sentiero geologico che in 20 piacevolissimi minuti riporta alla base del Pilastro dell’Italia Liberata.

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Valeria sull’ultimo tiro

A parte il primo tiro che risulta un po’ “banale” per bellezza di movimenti ed estetica, la restante parte è davvero godibile, sempre su roccia perfetta e con scorci visivi di notevole spessore. Consigliata quindi a chi è alla ricerca di una via “no stress”, dall’impegno tecnico molto contenuto e sicuramente remunerativa per le emozioni che regala.

 

TERZO GIORNO

Quelle torri baluardo sulla costa, come fossero antichi fari sulle scogliere bretoni, da tempo dimoravano nel mio cassetto dei desideri. La forza di internet è anche questa, quella di veicolare immagini tanto emotive da diventare una sorta di ossessione. La mia era quella di andare a visitare quello che, dalle descrizioni, sembrava essere un luogo unico: la scogliera granitica di Capo Pecora. Arrampicata trad su monotiri e multipitch, spesso su torrioni isolati, a due passi dal mare o  mere propaggini della costa.

Tramonto "trad" da Capo Pecora

Tramonto “trad” da Capo Pecora

Abbiamo dato quindi un significato alla ferraglia imbarcata nella stiva dell’aereo e devo dire che ne è valsa la pena. Capo Pecora è un posto unico, potrei stare qui a descriverlo con i termini più ricercati, ma nessuna frase renderebbe l’esperienza che si vive andandoci. Una sensazione di isolamento, di “propaggine” ultima prima del mare infinito che ci ha pervasi non appena abbiamo lasciato l’auto nel parcheggio, laddove la strada termina. Il transito nella “Baia delle uova di dinosauro” (nome dovuto alla forma ovoidale dei sassi che ne ricoprono la spiaggia) ci catapulta in ere remote, tutto sembra allinearsi in un’ottica di distacco dalla civiltà, dal moderno, per entrare in una dimensione spazio-temporale lontana millenni.

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Baia delle uova di dinosauro

E dopo poco eccolo lì, il “Big Ben”, uno dei settori principali del sito di scalata. Vento di maestrale “a manetta”, onde e spuma bianca a perdita d’occhio: riusciremo mai ad arrivarci alla base di quel pilastro? La “bibbia” dell’arrampicata in Sardegna recita perentoriamente, alla voce accesso, “indispensabile mare calmo”. Giornata perfetta quindi. Troppo determinati e forse stregati dal desistere, fingiamo un po’ tutti una fredda noncuranza per le apparenti avverse condizioni, rintracciamo gli ometti che scendono dalla sommità della costa alla base e saltellando sui massi giungiamo inaspettatamente alla base del “Big Ben”. Cerchiamo di orientarci ed individuare la “normale” a questa guglia..ad un primo sguardo sembra che questa volta il mare abbia vinto, acqua alta e mossa, ossia bagno ad inizio giornata.

"Signori si nasce", la "normale" al Big Ben

“Signori si nasce”, la “normale” al Big Ben

Ma la determinazione la vince e quello che sembrava insuperabile si trasforma semplicemente in salti su massi in sincronia con la risacca. Ci siamo, eccoci alla base di questo esteticissimo spigolo; due tiri esposti ma su difficoltà assai limitate. La bellezza della linea fa perdonare la roccia non sempre buona; tutti e quattro arriviamo in cima e possiamo godere del bellissimo spettacolo. Con una doppia da 35m (si fa con corda da 70m ma prestare attenzione!!) a si ritorna agli zaini fermi alla base.

Cristian e Simone alle prese con il secondo tiro

Cristian e Simone alle prese con il secondo tiro

Con Cristian decido di salire il pilastro osservato durante tutto il tempo in cui recuperavo Valeria sulla “normale”; su quel pilastro corre la via “Never stop exploring”, due tiri total clean di cui il secondo segue una fessura dall’estetica perfetta.

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Cristian sul primo tiro di “Never stop exploring”

Un vero viaggio, forse la linea più bella salita durante questa vacanza. Qualche info per chi volesse ripeterla: io l’ho salita con un singolo set di friend BD fino al 3, Totem cam ed un set di dadi; per una ripetizione più serena consiglio di portare anche un 4 BD e una buona dose di continuità! Facendo un po’ la tara con altre linee salite nel medesimo settore ritoccherei anche i gradi: L1 5c+/6a L2: 6b+. La seconda lunghezza è magnifica, ma sostenuta: inizia con una fessura da salire in Dulfer (friend 4 BD) al termine della quale si  giunge ad una zona di svasi in cui è impossibile proteggersi.

Cristian sullo spettacolare secondo tiro

Cristian sullo spettacolare secondo tiro

Consiglio quindi di piazzare un paio di protezioni prima di riavviarsi per questa che è la sezione chiave del tiro (nut e friend piccolo). Poi leggermente sul margine sinistro, sempre su prese buone ma a volta rovesce, si giunge ad una nicchia accennata e da qui in traverso verso dx si raggiunge la sosta di “Il ventaglio segreto” da cui ci si cala in doppia.

Un paio di splendidi monotiri (“Onda lunga” e “L’orco sardo”, entrambi 5c, assai consigliati!) ed eccomi nuovamente, con Valeria, su una multipitch, “Rolling Stones”; questa mi ha colpito in particolare per l’estrema varietà di stili di scalata, dal diedro alla placca, alla fessura.

Valeria sul penultimo tiro di "Rolling Stones"

Valeria sul penultimo tiro di “Rolling Stones”

Bellissima anche questa e con una doppia nel vuoto terminiamo l’esperienza scalatoria in questo angolo di paradiso. Rientrando lentamente verso il parcheggio, ancora assorto dalle emozioni vissute, non posso non essere attratto dal tramonto rosso che sta infuocando il mare.

QUARTO GIORNO

Un altro luogo che mi era rimasto impresso – nei viaggi passati – per la sensazione di isolamento e selvaggia bellezza che mi aveva trasmesso è la scogliera di Pranu Sartu, presso Buggerru. Caratterizzata da vie corte alle quali si accede dall’alto di solito con 3 doppie, la propongo agli altri come tappa finale, per poterci incamminare verso l’aeroporto non troppo tardi.

Anche qui il buon Louis Piguet si è adoperato in un ciclopico lavoro di resinatura di gran parte degli itinerari, dotando le soste degli stessi di 3 punti di ancoraggio. Con Simone optiamo per “Riflessi magici” aperta nel 2000 dalla cordata Oviglia-Zurru-Mocci. Una via che parte a pelo d’acqua e in costante traverso verso sinistra si sviluppa per 135 metri lungo 5 tiri. Particolarmente belli il secondo e il quarto, dove non si può restare affascinati dalla qualità della roccia e dalle sue forme.

La roccia fantastica della scogliera di Pranu Sartu

La roccia fantastica della scogliera di Pranu Sartu

Terminate le vie ci concediamo un giro rilassante nel borgo di Buggerru, prima di riavviarci verso Cagliari dove ci aspetterà una lunghissima attesa per uno sciopero indetto dagli operatori Alitalia. Tuttavia il pieno di emozioni, colori e roccia da urlo saranno gli antidoti ad una notte praticamente insonne.

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Via “I SULTANI DELLO SWING”, Sperlonga (LT) – RELAZIONE

Questo pazzo clima ci sta abituando ad oscillazioni d’umore non da poco, che tradotto significa escursione di 10 °C in meno di 24 ore.

Prevista una vasta area di bassa pressione con annessi piovaschi e temporali un po’ in tutte le aree interne del centro-sud Italia…che fare allora per soddisfare l’esigenza di trasferire il proprio corpo in alto, possibilmente con movimenti di arrampicata? Spolvero un po’ di articoli messi da parte sul fedele Evernote del mio pc, ricordavo qualche scritto che mi aveva particolarmente colpito sulla falesia di riferimento per l’arrampicata sul mare: Sperlonga. In realtà scopro che le vie “custodite” come futuri progetti arrampicatori sono, in quella zona, più di una…parlo ovviamente di multipitch. Ne scelgo quindi una, forse anche perché da un po’ di giorni gira un cd nell’autoradio della mia auto: “I sultani dello swing” alla Grande Muraglia di Sperlonga, baia di S. Agostino. Le relazioni on line (con riferimento alla guida “Blue Rock 2”) parlano di 90 m con diff. max. di 6c (sul primo tiro); la guida cartacea “Gaeta, Circeo, Leano, Sperlonga, Moneta” ed. Versante Sud parla di diff. max di 6b+ (nella seconda lunghezza) ed arrampicata da integrare. In realtà la via, aperta dall’alto nel 1985 da Roberto Ciato, Paolo Rocca e Cristiano Delisi, ha subito un restyling da parte di Bruno Moretti, Alessandro Nugnes, Bruno Vitale e Paolo Bongianni. Attualmente infatti è protetta a fix inox e tutte le soste sono su fix; la chiodatura è tuttavia parca, con tratti in cui le protezioni sono distanziate, ma mai pericolosa.

La via è stupenda a mio giudizio e mixa in maniera eccellente diversi stili di arrampicata, dalla placca allo strapiombo, all’arrampicata in diedro, ai tetti. E’ richiesta un’ ottima capacità di lettura soprattutto sulle prime due lunghezze, molto tecniche e continue. La roccia è sempre ottima (se non si esce fuori via). Riporto di seguito la mia relazione e relativa gradazione dei tiri secondo il mio parere.

 

I SULTANI DELLO SWING (Grande Muraglia, Sperlonga)

1985, Roberto Ciato, Paolo Rocca e Cristiano Delisi, dall’alto.

6c+ (6b+ e A1 obb.), 90m, 4L, S2, II

Salita del 8/09/2016 insieme a Michele Di Chiro

ACCESSO: Dal Castello Invisibile si traversa verso sx restando alla base di questo settore, poi in leggera salita fino alla base della Grande Muraglia Pilastro di Destra. Da qui ancora per circa 30m a sx fin sotto una rampa terrosa con gradoni rocciosi. Li si risale (passi di II) e si raggiunge l’attacco, su una terrazza sotto un muro giallo verticale che termina con un grottino sotto un evidente strapiombo. Fix inox Raumer visibili. 15 min dal Castello Invisibile.

L1, 6c+, 12m: attaccare il muro giallo con arrampicata subito tecnica e sostenuta; superare un primo passo tra il secondo e terzo fix, al quarto spostarsi leggermente a dx, salire un paio di metri e poi con tecnico traverso tornare sulla linea e in obliquo verso sx raggiungere l’evidente grottino (sosta su 2 fix non collegati)

L2, 6b+, 20 m: uscire dal grottino verso dx (fix), superare con passo atletico lo strapiombo, poi dritti dopo la seconda protezione (passo chiave del tiro), fin sotto un secondo tetto (cordone con maglia rapida). Superare il tetto ben ammanigliato, poi su placca grigia e minori difficoltà pervenire ad una comoda cengia dove si sosta (sosta su 2 fix collegati da cordone). N.B. prestare attenzione per chi fa sicura dal grottino: meglio starne all’esterno, onde evitare di battere la testa sulla volta in caso di volo del primo di cordata, il passo chiave è pochi metri più in alto, quindi la corda genera pochi attriti!!!

L3, 6b+, 25 m: superare lo strapiombo giallo con bei movimenti atletici in leggero diagonale verso dx, poi per un diedro grigio fino ad una protezione poco visibile sulla sx. Da questa si traversa a sx e per placca si giunge in sosta (sosta su 2 fix collegati da cordone).

L4, 6a/6a+, 30 m: spostarsi leggermente a dx, superare la prima protezione usando un buco poco visibile, poi ancora a dx fino alla seconda protezione. Da qui dritti in placca (roccia abrasiva) puntando ai tetti sommitali, si raggiunge un cordone in una clessidra. Da questa si obliqua a sx e con un passo deciso si perviene ad una buona fessura orizzontale. La si segue continuando verso sx fino ad uscire su uno spigoletto ed infine dritti per lame con arrampicata entusiasmante si esce in cima. (sosta su 2 fix collegati da cordone).

DISCESA: con 3 doppie lungo la via e corda singola da 70m; dalla S4 alla S3, dalla S3 alla S2 e da questa direttamente a terra.

MATERIALE: corda singola da 70 m, 10 rinvii, qualche fettuccia per ridurre gli attriti.

Tracciato della via, in blu l’ultima parte di avvicinamento. Foto di Michele Di Chiro

 

Relazione di Riccardo Quaranta

a. Guida Alpina

info@riccardoclimbing.com

 

 

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Concatenamento tre spalle Corno Piccolo, Gran Sasso

Panoramica della salita

“Libero di concatenare”, era il titolo di un libro di Franz Nicolini….collegare itinerari di vario stampo, creare percorsi “cucendo” insieme vari pezzi distinti.

L’idea di concatenare le tre Spalle del Corno Piccolo del Gran Sasso c’era da tempo, forse perché ripetere una via sola lascia sempre un qualcosa di incompiuto, scalarne due ti fa venire in testa il motto “non c’è due…” e quindi la soluzione è salirne tre. Certo non proprio una passeggiata di relax, ma una bella cavalcata in cui si arrampica per sviluppi prossimi ai 900 m, con vari trasferimenti da spalla a spalla. C’è la possibilità di scegliere tra tanti itinerari su ogni porzione della salita, dando alla gita il carattere che si desidera maggiormente.

Insieme a Gabriele, optiamo per un mix di salite di esplorazione e di salite che invece hanno scritto la storia dell’alpinismo sul Corno Piccolo. Alla Terza Spalla decidiamo per una via di Bruno Vitale, Paolo Bongianni, Bruno Moretti e Marco Zitti, dal nome poco rassicurante “Erbalife”, sulla parete SSO. Sento Bruno telefonicamente, gli dico dell’idea, e sempre con grande modestia mi dice, “beh Riccardo non è una via che consiglierei, è stata una via di esplorazione da prendere con quello spirito”. Per fortuna faccio la “tara” alle sue parole; mi stimola il fatto che sia comunque una linea un po’ da ricercare, dove il materiale in parete si limiterà a due chiodi e un vecchio cordone lungo tutta la via. Il Gab accetta di buon grado l’incipit, poi ci chiediamo cosa fare dopo. Nello scambio di idee salta fuori l’impresa compiuta da Luigi Mario e Fernando Di Filippo che nel 24 agosto del 1962 salirono sia la seconda che la prima spalla aprendo due itinerari di grande bellezza e audacia. Mancava solo il giorno giusto, con alta pressione e libero da impegni. Lo troviamo giovedì 21 luglio 2016, con una giornata che inizia con sveglia alle 4:00 per me – e ancora prima per Gab – e gambe in moto alle 5:00. A farci compagnia sulla Cresta dell’Arapietra una luna piena spettacolare, tanto piena da illuminarci il cammino.

La luna ci indica il cammino

La luna ci indica il cammino

Decidiamo infatti di raggiungere la Terza Spalla scendendo dal canale del Tesoro Nascosto, appena dopo l’inizio della ferrata Ventricini, soluzione consigliatami dal buon Bruno e di buon grado accettata. La discesa non presenta particolari difficoltà e in breve raggiungiamo l’attacco della via Erbalife.

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Guardando indietro, il mare

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La seconda Spalla

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Un camoscio ci guarda dall’alto del Canale del Tesoro Nascosto

Seguiamo con attenzione l’ottima relazione trovata qui, sapendo che non troveremo niente lungo l’itinerario ad indicarci la strada, ma già da subito la roccia ci appare molto meglio delle aspettative (o comunque di tante vie di pari livello più gettonate); questo ci conforta e ci carica durante tutta la salita.

"Erbalife" L1

“Erbalife” L1

"Erbalife" L3

“Erbalife” L3

Scegliamo la variante Moretti – Zitti (tiro chiave) e non ci pentiamo, arrampicata delicata su roccia da favola.

"Erbalife" L6, tiro chiave

“Erbalife” L6, tiro chiave

"Erbalife" L6

“Erbalife” L6

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Uscita sulla cresta della Terza Spalla

Presto siamo sulla cresta della Terza e di corsa torniamo all’attacco del Ventricini dove avevo lasciato un po’ di materiale e lo zaino. Via alla base della Mario – Di Filippo, il tempo di risistemare corde e materiale e siamo nuovamente sul pezzo.

Seconda Spalla, "Mario - Di Filippo" L1

Seconda Spalla, “Mario – Di Filippo” L1

Primo tiro di riscaldamento, secondo tiro e si capisce subito lo spessore della salita, con verticalità ed esposizione che non mollano per 40 m.

"Mario-Di Filippo" L2

“Mario-Di Filippo” L2

Terzo tiro, secondo me il capolavoro per quei tempi, che affronta un delicato traverso, “ponte incerto” tra la sicurezza di due fessure…stupore ed emozioni si mescolano, gioisco in fondo di essere lì.

Gab sullo splendido terzo tiro

Gab sullo splendido terzo tiro

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Lo stesso tiro visto dall’alto

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Arrivo in sosta

Poi via, si corre verso l’uscita attraverso difficoltà minori. Nuova stretta di mano sulla cima della Seconda Spalla e ancora scarpe da avvicinamento e via verso la Mario-Di Filippo alla sud della Prima Spalla. Questo versante è uno dei miei preferiti al Corno Piccolo, per le linee e la roccia che non scende mai a compromessi. Mi sento a casa e a mio agio, il cielo terso e la roccia calda. Andiamo Gab!

Prima Spalla, "Mario-Di Filippo", L2

Prima Spalla, “Mario-Di Filippo”, L2

Ambiente

Ambiente

Il copione si ripete, primo tiro di riscaldamento, secondo tiro su fessura quasi verticale dove bisogna essere decisi e, su alcuni passi, spolverare anche un po’ di Dülfer ignorante! La bellezza della roccia e dell’ambiente fanno passare tutto in secondo piano, anche il dolore ai piedi che inizia a farsi sentire…sentiamo che la cima si avvicina e ci concediamo qualche pausa ristoratrice. Dopo poco nuovo abbraccio in vetta alla Prima Spalla, siamo fuori (un po’ anche di testa penserebbe qualcuno..).

Cima della Prima Spalla, viaggio concluso!

Cima della Prima Spalla, viaggio concluso!

Guardiamo giù dove eravamo all’alba, soddisfatti e felici perché la montagna ci ha concesso di salire rendendo questa giornata indimenticabile. Lontano rumori di elicottero. Qualcuno ci ha lasciati, apprenderemo più tardi. Ma è sempre lei, che tanto dona e tanto prende.

Un grazie a Gabriele Paolucci, giovanissimo e talentuoso, compagno anche di questo viaggio.

Birrraaaaaaaaaaa!!!!!

Birrraaaaaaaaaaa!!!!!

Ringrazio per il supporto:

Climbing Technology

Petzl

Alta Quota (Isernia)

Campo Base (Roma)

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